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Apple potrebbe pagare una nuova tassa annuale all’UE

L'Unione Europea valuta una nuova tassa annuale per le grandi aziende con oltre 100 milioni di euro di fatturato, che coinvolgerebbe anche Apple, Google e Meta.

TLDR Riassumi

Apple potrebbe presto trovarsi a versare un nuovo contributo annuale direttamente collegato alla sua presenza economica nell’Unione Europea, insieme ad altre grandi multinazionali come Google e Meta. Bruxelles starebbe infatti studiando una modifica al progetto CORE (Corporate Resource for Europe) con l’obiettivo di aumentare le entrate dell’UE senza introdurre una tassa specificamente indirizzata alle aziende tecnologiche americane.

La distinzione è fondamentale, perché proprio le precedenti ipotesi di digital tax avevano provocato forti tensioni con gli Stati Uniti. Secondo il Financial Times, che cita sei funzionari a conoscenza delle discussioni, la nuova strategia consisterebbe invece nel far pagare un contributo annuale alle grandi aziende di tutti i settori, evitando quindi di costruire una norma che possa essere interpretata come rivolta esclusivamente contro le Big Tech statunitensi.

Per Apple significherebbe potenzialmente un nuovo costo ricorrente legato alle attività europee, anche se al momento non è ancora stato stabilito quanto potrebbe effettivamente pagare.

Come funzionerebbe la nuova tassa europea

Il punto di partenza è il progetto CORE, già inserito tra le possibili nuove fonti di finanziamento del bilancio europeo 2028-2034. Nella formulazione attuale, il meccanismo prevede un contributo annuale forfettario per le aziende che operano nell’Unione Europea e registrano un fatturato netto annuo di almeno 100 milioni di euro. Il Consiglio dell’UE conferma ufficialmente questa soglia all’interno delle proposte per il prossimo bilancio pluriennale.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, Bruxelles starebbe però valutando di modificare soglie e contributi in modo da concentrare maggiormente il prelievo sulle aziende di dimensioni realmente molto grandi, aumentando così il gettito proveniente da gruppi come Apple, Google e Meta e, contemporaneamente, riducendo l’impatto sulle imprese europee di medie dimensioni.

Nella versione attualmente discussa del CORE, il contributo annuale può andare indicativamente da 100.000 a 750.000 euro, cifre relativamente contenute se confrontate con i ricavi delle più grandi multinazionali. Proprio per questo la Commissione starebbe valutando una revisione che possa aumentare quanto raccolto dalle società più grandi.

Non esiste però ancora una cifra definitiva e sarebbe quindi prematuro stabilire quanto Apple dovrebbe effettivamente versare ogni anno.

Perché Apple finisce nuovamente al centro della discussione

Il problema che l’Europa prova ad affrontare non è nuovo. Aziende come Apple generano ricavi importanti attraverso servizi digitali venduti agli utenti europei, basti pensare ad iCloud, Apple Music, Apple TV e Apple Creator Studio, mentre la natura internazionale delle loro strutture societarie rende molto più complesso stabilire dove debbano essere tassati determinati profitti.

Da anni diversi governi europei sostengono quindi la necessità di adattare il sistema fiscale a un’economia nella quale una società può vendere miliardi di euro di servizi in un Paese senza avere necessariamente una presenza fisica paragonabile a quella richiesta alle aziende tradizionali.

Il problema è trovare un meccanismo che non finisca per penalizzare soltanto le società americane e che, allo stesso tempo, non colpisca eccessivamente le aziende europee.

Da qui nasce l’idea di trasformare il CORE in uno strumento molto più generale: non una “Apple tax” o una digital tax, ma un contributo applicato alle grandi società indipendentemente dal settore o dalla nazionalità.

Il nodo dei rapporti tra Europa e Stati Uniti

L’amministrazione Trump ha più volte contestato le digital services tax adottate o proposte in Europa, sostenendo che possano discriminare le aziende americane, particolarmente numerose tra i grandi operatori del settore tecnologico. Nel giugno 2026 il presidente Donald Trump ha minacciato tariffe fino al 100% contro i Paesi che introducono tasse digitali considerate discriminatorie nei confronti delle società statunitensi.

La nuova impostazione europea prova precisamente a evitare questo problema: se il contributo riguarda tutte le grandi multinazionali che operano nell’UE e non soltanto Apple, Google, Meta e le altre società tecnologiche americane, diventa più difficile definirlo formalmente una tassa anti-USA.

Questo non significa necessariamente che le tensioni spariranno, ma spiega perché Bruxelles stia cercando una strada diversa rispetto alla tradizionale digital tax.

Quanto potrebbe costare ad Apple?

Per ora è impossibile dirlo, ed è probabilmente questo il dettaglio più importante da tenere presente.

Il Financial Times riferisce che l’obiettivo iniziale sarebbe quello di trovare un accordo politico tra i 27 Stati membri sul principio del nuovo contributo, mentre soglie definitive e importi potrebbero essere stabiliti successivamente. Inoltre, il nuovo sistema di risorse proprie dell’UE è collegato al prossimo bilancio pluriennale, che dovrebbe partire nel 2028.

Apple, quindi, non sta per ricevere nell’immediato una nuova fattura da Bruxelles.

La proposta è però interessante perché mostra come il confronto fiscale tra Europa e Big Tech stia cambiando forma. Invece di creare una tassa specifica sui servizi digitali, Bruxelles potrebbe scegliere un contributo molto più ampio sulle grandi multinazionali, facendo rientrare Apple, Google e Meta in un sistema formalmente identico a quello applicato ai grandi gruppi degli altri settori.

Per Apple probabilmente non sarebbe un problema economico significativo se gli importi restassero vicini a quelli dell’attuale CORE; molto cambierebbe, invece, qualora la revisione portasse a contributi sensibilmente più elevati per le multinazionali con fatturati nell’ordine delle decine o centinaia di miliardi.

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