Apple contro OpenAI, la battaglia si allarga: “Altri 11 ex dipendenti coinvolti”. La replica: “Causa sciatta e stranamente personale”

Cupertino chiede al giudice di bloccare lo sviluppo del dispositivo AI. OpenAI risponde pubblicando scambi email e iMessage.

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TLDR Riassumi

apple vs open ai legal

La causa che Apple ha depositato contro OpenAI il 10 luglio per sottrazione di segreti industriali è entrata nella fase calda, e nel giro di poche ore entrambe le parti hanno alzato il tiro: Cupertino con un nuovo atto in tribunale, OpenAI con un intervento pubblico corredato di prove documentali.

La mossa di Apple: ingiunzione e acquisizione probatoria accelerata

Apple ha depositato un nuovo atto in tribunale, chiedendo al giudice un’ingiunzione preliminare che impedisca a OpenAI di procedere nello sviluppo di un dispositivo AI o di altri prodotti che avrebbero come base tecnologie Apple. Contestualmente ha richiesto un’accelerazione nell’acquisizione probatoria, che coinvolga i dipendenti OpenAI sotto accusa — il senior systems engineer Chang Liu e il chief hardware officer Tang Yew Tan — insieme a OpenAI, alla sua fondazione e a io, la startup hardware co-fondata dall’ex capo del design Apple Jony Ive.

Apple sostiene che dagli accertamenti condotti finora emergerebbe il coinvolgimento di altri 11 ex dipendenti, che potrebbero essere stati testimoni o comunque coinvolti nella vicenda.

Tra gli episodi citati, ci sono quello di un ex dipendente avrebbe incontrato Liu e Peng prima del colloquio di quest’ultima in OpenAI, discutendo in quell’occasione di informazioni riservate Apple relative a prodotti non ancora annunciati. Un altro avrebbe salvato screenshot di documenti riservati su un prodotto non rilasciato. Infine, dopo il deposito della causa, diversi ex dipendenti oggi in OpenAI si sarebbero fatti vivi per discutere della restituzione di dispositivi di lavoro Apple che avevano con sé anche in seguito al termine del contratto di lavoro.

La replica di OpenAI

OpenAI ha risposto con un post pubblico dal titolo decisamente eloquente, Apple is getting this wrong, in cui definisce la causa “sciatta, aggressiva e stranamente personale”, aggiungendo — non senza ironia — che la causa non rispecchierebbe la notoria ossessione per il dettaglio di Apple. Nello stesso post ha reso pubbliche conversazioni email e iMessage a testimonianza delle sue tesi.

Sull’ingiunzione la posizione è netta: sarebbe fondata su informazioni false e del tutto superflua, poiché l’azienda non possederebbe né avrebbe alcun interesse a carpire alcun segreto industriale altrui, essendo più interessata a sviluppare prodotti mirati a spingere in avanti la frontiera tecnologica.

L’email sbagliata e la telefonata fantasma

OpenAI ricostruisce così i contatti di febbraio: il 23 febbraio un avvocato appartenente ad uno studio esterno che rappresenta Apple scrive al general counsel di OpenAI Che Chang allegando una lettera formale. Pochi minuti dopo invia un secondo messaggio in cui ringrazia Chang per la telefonata appena avvenuta e per la disponibilità offerta.

Quella telefonata, però, non sarebbe in realtà mai avvenuta. Chang infatti scrive al team legale interno di Apple segnalando che una persona a lui sconosciuta sostiene di rappresentarli e mente su una conversazione telefonica mai avvenuta, chiedendo conferma del mandato e la possibilità di interloquire con qualcun altro.

Il giorno seguente l’avvocato chiarisce l’equivoco: la seconda email era destinata a un ex dipendente Apple di cognome Wang, ed era finita per errore nel thread con Chang. Nella stessa comunicazione spiega che Wang si era subito reso disponibile a collaborare con Apple per risolvere eventuali problemi. Il 25 febbraio i legali interni confermano che l’avvocato effettivamente appartiene allo studio esterno incaricato di seguire questa vicenda.

Da lì, sostiene OpenAI, cinque mesi di silenzio fino al deposito della causa, senza che le contestazioni specifiche poi finite nell’atto fossero mai state sollevate.

Chi ha ragione e chi torto?

Apple ritiene che Liu avrebbe effettuato accessi non autorizzati a informazioni riservate, dopo aver lasciato l’azienda. OpenAI ha pubblicato le conversazioni iMessage tra Liu e i suoi ex colleghi, e la lettura che ne dà è opposta: sarebbero stati i dipendenti Apple a cercarlo ripetutamente per farsi aiutare a localizzare file e informazioni tecniche utili.

OpenAI sostiene, in sintesi, che non è stato Liu a cercare di trattenere informazioni riservate, ma che sia stata Apple ad aver applicato una gestione carente nella revoca dei permessi.

Dopo questo scambio di accuse, da un lato e dall’altro, spetterà ad un giudice il compito di analizzare il quadro probatorio di entrambe le parti, per fare chiarezza su questa vicenda contorta, che potrebbe avere dei risvolti si grande rilievo, soprattutto in riferimento alla gestione dei segreti industriali delle due aziende.

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