
Sono passati 15 anni dalla morte di Steve Jobs.
Era il 5 ottobre 2011, appena un giorno dopo la presentazione dell’iPhone 4S, quando Jobs aveva 56 anni e lasciava un’azienda profondamente diversa da quella che aveva ritrovato al suo ritorno nel 1997.
Da allora Apple è diventata più grande, più ricca e più complessa di quanto probabilmente persino Jobs avrebbe potuto immaginare, ma ogni 5 ottobre torna inevitabilmente la stessa domanda: quanto c’è ancora di Steve Jobs nella Apple di oggi?
La risposta forse non va cercata nei prodotti, nei keynote o nella personalità di chi guida l’azienda, perché il vero errore degli ultimi quindici anni forse è stato continuare a cercare “il prossimo Steve Jobs”.
Ogni volta che emerge un nuovo protagonista della tecnologia, prima o poi qualcuno prova ad associargli quell’etichetta, “Il nuovo Steve Jobs”.
È successo con imprenditori, designer, CEO e fondatori di startup, ma probabilmente è un paragone che non ha mai avuto davvero senso.
Jobs fu il risultato di una combinazione difficilmente ripetibile: visione del prodotto, ossessione per il design, capacità di comunicare, intuito commerciale, curiosità e una quasi maniacale attenzione ai dettagli.
Aveva anche lati estremamente complessi, perché poteva essere duro, impaziente e difficile da gestire, e ridurlo alla figura romantica del visionario con il dolcevita nero significa dimenticare una parte importante del personaggio.
Ma dietro quell’approccio esisteva una convinzione molto precisa: la tecnologia non doveva semplicemente funzionare, ma doveva diventare uno strumento capace di migliorare ciò che le persone potevano fare.
Lo Steve Jobs Archive descrive proprio questa idea ricordando come Jobs vedesse se stesso come un anello di una lunga catena: creare grandi strumenti affinché altre persone potessero utilizzarli per realizzare qualcosa di nuovo.
Ed è probabilmente questo, più di qualsiasi prodotto specifico, il pezzo più importante della sua eredità.
La Apple di oggi è molto diversa
L’Apple lasciata da Jobs nel 2011 viveva principalmente attorno a pochi prodotti straordinariamente importanti. Quella del 2026 è praticamente un’altra azienda.
Durante i quindici anni della gestione Tim Cook sono arrivati Apple Watch, AirPods, Vision Pro, Apple Pay, Apple Music, Apple TV+, il passaggio completo ad Apple Silicon e una crescita enorme del settore Servizi.
Al momento del passaggio di consegne a John Ternus, Apple indicava una base installata superiore a 2,5 miliardi di dispositivi attivi, un business dei Servizi superiore ai 100 miliardi di dollari e una capitalizzazione cresciuta da circa 350 miliardi nel 2011 a circa 4.000 miliardi di dollari.
Tim Cook non ha cercato di essere Steve Jobs, ed è stata probabilmente una delle decisioni più importanti della sua gestione, perché ha costruito una Apple diversa: più metodica, più globale, straordinariamente efficiente e molto più diversificata.
In alcuni momenti questa trasformazione ha inevitabilmente alimentato la nostalgia per la vecchia Apple, quella dei prodotti inattesi, quella dei keynote in cui “one more thing” poteva realmente cambiare un’intera categoria.
Ma confrontare continuamente le due epoche rischia di ignorare quanto sia cambiata anche l’intera industria tecnologica.
Ora Apple torna nelle mani di un uomo di prodotto
Il quindicesimo anniversario della morte di Jobs arriva però in un momento particolarmente simbolico, visto che da poco più di un mese John Ternus è il nuovo CEO di Apple, mentre Tim Cook è passato al ruolo di Executive Chairman. La cosa più importante è che Ternus arriva dall’ingegneria hardware ed è in Apple dal 2001.
E le prime indiscrezioni sulla sua gestione sembrano raccontare un cambio di impostazione piuttosto netto.
Ternus starebbe spingendo Apple verso uno sviluppo dei prodotti più rapido, una struttura con meno livelli manageriali e un approccio maggiormente sperimentale, soprattutto nell’era dell’intelligenza artificiale.
Dalle ultimi indiscrezioni, sembra che Ternus avrebbe trasformato il design in una delle priorità principali della nuova Apple, trascorrendo diversi giorni alla settimana direttamente con i team di industrial design e human interface. In pratica, un coinvolgimento molto più diretto rispetto a quello che aveva Tim Cook negli ultimi anni.
Ovviamente, sarebbe semplicistico vedere in tutto questo un ritorno alla Apple di Jobs, ma è difficile non riconoscere almeno un’affinità nell’idea che prodotto, ingegneria e design debbano tornare molto vicini al centro decisionale dell’azienda.
Tra l’altro, in queste ore proprio John Ternus e il suo predecessore Tim Cook hanno ricordato pubblicamente Jobs. Ternus ha sottolineato come l’attenzione che Jobs insegnò ad avere per “ogni dettaglio, ogni esperienza, ogni persona” continui ancora oggi a guidare il lavoro di Apple.
Tim Cook, oggi Executive Chairman, ha invece ricordato come Jobs non si sia limitato a lasciare un segno, ma abbia cambiato profondamente il mondo e la vita di molte persone, compresa la sua.
Il vero problema non è trovare un nuovo Steve Jobs
La tecnologia del 2026 è dominata dall’intelligenza artificiale, da modelli generativi, servizi in abbonamento e aziende che competono anche sul tempo trascorso dagli utenti davanti a uno schermo. In questo contesto, forse la lezione di Jobs è persino più interessante di quindici anni fa.
Non perché Apple debba tornare a comportarsi come nel 2007, e nemmeno perché abbia bisogno di un CEO capace di replicare il carattere del suo fondatore.
Il punto è un altro: la tecnologia dovrebbe avere uno scopo oltre la tecnologia stessa. Nel 2007 Jobs spiegò ai dipendenti Apple che realizzare qualcosa con grande cura poteva essere un modo per esprimere apprezzamento verso le altre persone.
Significa pensare prima alla persona che utilizzerà un prodotto e soltanto dopo alla tecnologia necessaria per costruirlo, ma di fatto la Apple del 2026 si trova davanti a sfide completamente nuove.
Oggi, Apple deve recuperare terreno nell’intelligenza artificiale, trasformare Siri, costruire una vera piattaforma per la smart home, rendere Vision Pro qualcosa di più accessibile e capire quale sarà il futuro del computing dopo smartphone e tablet.
Nel frattempo sta sperimentando nuovamente con il form factor dell’iPhone attraverso iPhone Duo, prepara MacBook con OLED e touchscreen e sembra intenzionata a riportare maggiore attenzione sul design e sull’ingegneria.
La migliore eredità di Jobs non sarebbe copiare il passato, ma continuare a costruire prodotti capaci di dare l’impressione, una volta arrivati, che non avrebbero potuto essere progettati in nessun altro modo.
Quindici anni dopo, è forse questa la sfida più difficile che Steve Jobs ha lasciato ad Apple: non trovare il prossimo Steve Jobs, ma continuare a meritare l’azienda che ha contribuito a costruire.