Caso Pensacola, Apple risponde alle “false accuse” del Dipartimento di Giustizia

Non si fa attendere la risposta di Apple alle accuse del Dipartimento di Giustizia sulla mancata assistenza durante le indagini di Pensacola.

Apple ha risposto al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che ha accusato l’azienda di non aver fatto abbastanza per sbloccare l’iPhone dell’attentatore di Pensacola, visto che l’FBI è riuscito ad accedere ai dati del dispositivo solo grazie all’aiuto di una società terza.

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Ieri, durante una conferenza stampa del Dipartimento di Giustizia, il procuratore generale William Barr ha dichiarato che l’FBI è stato in grado di sbloccare due iPhone collegati alla sparatoria “senza l’aiuto di Apple“. Barr ha poi ribadito la posizione del Dipartimento di Giustizia secondo cui la sicurezza nazionale “non può rimanere nelle mani di grandi corporazioni“.

Durante l’indagine di Pensacola, dopo l’uccisione di alcuni militari americani ad opera del saudita Mohammed Saeed Alshamrani, Apple ha fornito assistenza inviando tutti dati archiviati in iCloud, ma rifiutandosi di decifrare la crittografia dei suoi sistemi per sbloccare gli iPhone protetti da password. Una posizione, questa, che l’azienda ha sempre preso nel corso degli anni, visto che effettuare questo tipo di operazione metterebbe a rischio tutti gli iPhone in commercio.

Dopo la conferenza stampa del Dipartimento di Giustizia, Apple ha fornito ulteriori chiarimenti e dettagli sulla sua posizione rispetto a quell’indagine:

L’attacco terroristico ai membri dei servizi armati statunitensi alla Stazione aeronavale di Pensacola, in Florida, è stato un atto devastante e atroce. Apple ha risposto alle prime richieste di informazioni dell’FBI poche ore dopo l’attacco del 6 dicembre 2019 e ha continuato a sostenere le forze dell’ordine durante le loro indagini. Abbiamo fornito ogni informazione a nostra disposizione, inclusi backup iCloud, informazioni sull’account e dati transazionali per più account, e per mesi abbiamo prestato supporto tecnico e investigativo continuo agli uffici dell’FBI a Jacksonville, Pensacola e New York.

Su questo e molte migliaia di altri casi, continuiamo a lavorare 24 ore su 24 con l’FBI e altri investigatori che mantengono gli americani al sicuro e assicurano i criminali alla giustizia. In quanto orgogliosa azienda americana, riteniamo una nostra precisa responsabilità dover sostenere l’importante lavoro delle forze dell’ordine. Le false affermazioni fatte sulla nostra azienda sono una scusa per indebolire la crittografia e altre misure di sicurezza che proteggono milioni di utenti e la nostra sicurezza nazionale.

È perché prendiamo la nostra responsabilità nei confronti della sicurezza nazionale così seriamente che non crediamo nella creazione di una backdoor, una soluzione che renderà ogni dispositivo vulnerabile ai malintenzionati che minacciano la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dei dati dei nostri clienti. Non esiste una backdoor solo per i bravi ragazzi, e il popolo americano non deve scegliere tra indebolimento della crittografia e indagini efficaci.

I clienti contano su Apple per proteggere le proprie informazioni e uno dei modi in cui lo facciamo è utilizzare una crittografia avanzata su dispositivi e server. Vendiamo lo stesso iPhone ovunque, non memorizziamo i passcode dei clienti e non abbiamo la capacità di sbloccare dispositivi protetti con passcode. Nei data center implementiamo solide protezioni di sicurezza hardware e software per proteggere le informazioni e garantire che non vi siano backdoor nei nostri sistemi. Tutte queste pratiche si applicano ugualmente alle nostre operazioni in tutti i paesi del mondo.

Alla fine, l’FBI è stato in grado di decifrare la crittografia dei due iPhone grazie all’aiuto di una società terza, anche perché si trattava di dispositivi abbastanza datati (iPhone 5 e iPhone 7), più semplici da “sbloccare”.

Rischia quindi di ripetersi la diatriba tra Apple e il Dipartimento di Giustizia dopo il caso di San Bernardino, dove alla fine l’azienda di Cupertino riuscì a far valere la propria posizione.

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