
Secondo quanto riportato dal New York Times, Tim Cook avrebbe partecipato a un briefing riservato della CIA in cui si parlava apertamente del rischio di un’azione cinese su Taiwan entro il 2027.
La notizia fa capire meglio perché da mesi si parla sempre di più di produzione chip negli Stati Uniti, investimenti miliardari e diversificazione della supply chain.
Il briefing si sarebbe tenuto a luglio 2023 in una secure room in Silicon Valley, su iniziativa dell’allora segretaria al Commercio Gina Raimondo. In quella riunione erano presenti, oltre a Tim Cook, anche figure come Jensen Huang (Nvidia), Lisa Su (AMD) e Cristiano Amon (Qualcomm), con interventi del direttore CIA William Burns e della direttrice dell’intelligence nazionale Avril Haines.
Il passaggio più interessante del retroscena è la reazione attribuita a Cook dopo l’incontro, il quale avrebbe detto di voler dormire “con un occhio sempre aperto”. È una frase che rende bene il livello di tensione sul tema, soprattutto per aziende che dipendono in modo enorme dalla filiera asiatica dei semiconduttori.
Il punto non è solo geopolitico. È industriale, e quindi tocca direttamente Apple. Taiwan, e in particolare TSMC, resta il cuore della produzione dei chip più avanzati. Basti pensare che TSMC pesa oltre il 90% della produzione globale di chip avanzati secondo stime di settore, e in un’inchiesta approfondita indicava Taiwan come hub dominante della capacità produttiva più avanzata.
Per Apple questa dipendenza è ancora più concreta, perché TSMC è uno dei partner chiave per i chip per iPhone, iPad e Mac. Inoltre, negli ultimi mesi il quadro si è mosso parecchio. TSMC ha ottenuto un maxi supporto federale dagli Stati Uniti per l’espansione in Arizona, con l’obiettivo di aumentare la capacità produttiva locale e portare tecnologie sempre più avanzate negli Stati Uniti. Si parla di un pacchetto da 6,6 miliardi di dollari di sussidi e fino a 5 miliardi di prestiti, con piani estesi fino a una terza fabbrica in Arizona.
Inoltre, Apple ha accelerato sul fronte USA con una strategia molto più ampia, annunciando prima un impegno da oltre 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti in quattro anni, per poi portarlo a 600 miliardi con un nuovo programma dedicato alla manifattura americana.
Il report citato dal New York Times sottolinea però che produrre chip negli Stati Uniti costa di più rispetto a Taiwan e che il gap tecnologico non si chiude in pochi mesi. Inoltre, Taiwan continua a difendere la permanenza in patria della tecnologia più avanzata, confermando quanto sia delicato il bilanciamento tra espansione americana e centralità dell’isola.
In pratica, la transizione è già partita, ma non è una semplice migrazione della produzione. È una riorganizzazione lunga, costosa e politica, oltre che industriale. Ecco perché una notizia come il briefing della CIA a Tim Cook è importante. Non si tratta solo un retroscena, è il contesto strategico dentro cui Apple sta prendendo decisioni sulla supply chain dei prossimi anni.