Apple vieta alle app di condividere i contatti degli utenti

13 giugno 2018 di Giuseppe Migliorino (@GiusMigliorino)

Nell’ottica di rafforzare e proteggere quanto più possibile la privacy degli utenti, Apple ha modificato le sue politiche di approvazione su App Store per quanto riguarda anche le app che accedono ai database dei contatti.

Come riportato da Bloomberg, le linee guida per la revisione su App Store ora vietano anche la condivisione e la vendita a terze parti del database dei contatti dell’utente. Inoltre, un’app non può accedere all’elenco dei contatti dell’utente per uno scopo ben evidenziato e approvato dall’utente stesso, per poi utilizzare quel database per altri scopi, a meno che lo sviluppatore non ottenga un ulteriore consenso esplicito. In ogni caso, non sarà più possibile vendere e condividere a terzi il database dei contatti. Chiunque violi queste regole potrà essere sospeso come sviluppatore.

Fino ad oggi, invece, le app potevano condividere le informazioni dei contatti per fini di marketing e di targettizzazione degli annunci pubblicitari. Ora, gli sviluppatori potranno accedere al database dei contatti (ad esempio, come fa WhatsApp per trovare gli amici che hanno installato l’app), ma non potranno in alcun modo condividerlo con terzi.

Inoltre, Apple vieta anche tutti i VPN integrati nelle app che sfruttano i dati dell’utente per fini di marketing e targettizzazione. Viene chiaramente preso di mira Facebook e la funzionalità “Protect” integrata nell’app iOS tramite VPN Onavo, che teoricamente consente di avere un’elevato grado di protezione, ma che nella pratica permetteva all’azienda di raccogliere dati tramite Onavo e di utilizzarli per migliorare i prodotti e i servizi legati a Facebook.

Per offrire un più alto livello di protezione, infatti, Onavo utilizza una VPN per stabilire una connessione sicura e dirigere tutte le comunicazioni su quella rete, tramite propri server. Ovviamente, Onavo è quindi in grado di raccogliere tutto il traffico dati mobile e diverse informazioni sugli utenti. Tali informazioni venivano poi girate a Facebook “per migliorare servizi e prodotti“.

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